Più di un secolo dopo la sua nascita è ancora viva la tradizione napoletana di lasciare un caffè già pagato al bar per chi non se lo può permettere. Un gesto di condivisione che oggi non si limita all’espresso e che ha superato i confini italiani per diventare globale. Origini, evoluzioni e prospettive della tazzina più generosa che esista.
Ci sono tradizioni così radicate nei loro luoghi di origine che ne diventano quasi il simbolo. La tazzina di caffè, o, meglio, “tazzulella de caffè”, come cantava Pino Daniele, è una di quelle: nell’immaginario comune è un’icona di Napoli.
Pilastro dello stile di vita locale, il caffè “non è soltanto una bevanda, ma esprime una vera e propria cultura, un rito tutto napoletano che ha dato vita a tradizioni diffuse ovunque, come quella del caffè sospeso che evoca il senso dell’ospitalità, solidarietà e convivialità” come ha scritto una commissione di esperti professori, antropologi e giuristi nel 2020, candidandolo alla Commissione italiana per l'Unesco.
Il caffè sospeso, infatti, è un’usanza di origine partenopea. Si definisce sospeso “un caffè offerto all’umanità”, per usare le parole di Luciano De Crescenzo nel suo libro Il caffè sospeso. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi (Mondadori, 2008): si entra al bar, si ordinano due caffè, se ne beve uno e si lascia l’altro pagato, in attesa… in sospeso, appunto, per chiunque lo chiederà. A quest’ultimo basterà rivolgersi al barista e dire “c’è un caffè sospeso?” per trovarsi, con un po’ di fortuna, una tazzina in mano. Alcuni locali hanno anche introdotto un contenitore per gli scontrini del caffè sospeso da cui pescare per farsi discretamente offrire un caffè da uno sconosciuto.
Le origini di questa pratica non sono certe, ma la maggior parte delle fonti le colloca ai tempi di guerra o al secondo dopoguerra, quando le difficoltà economiche opprimevano la città e non molti potevano permettersi il lusso di un espresso. Capitava così che i pochi che quella possibilità ce l’avevano, desiderassero condividerla con uno sconosciuto non altrettanto fortunato.
Lo scrittore Riccardo Pazzaglia racconta in Odore di caffè (Guida Editori, 2004) un’altra possibile origine dell’usanza, facendola risalire ai primi del Novecento, alle frequenti dispute tra amici nei bar su chi dovesse pagare il conto, che talvolta si concludevano con un caffè pagato in più e lasciato “in sospeso” per chi sarebbe venuto dopo.
Quali che siano le sue origini, il caffè sospeso celebra l’espresso come fulcro di un’esperienza di piacere non solo individuale, ma intrinsecamente sociale. È vissuto comune, del resto, che l’espresso è un mezzo di convivialità con pochi pari, protagonista di un rito capace di trasformare la frase “prendiamoci un caffè” in una promessa di amicizia.
Lo sapeva bene Ernesto Illy, imprenditore e presidente di illycaffè per oltre 40 anni, quando diceva: “Il caffè induce alla socialità, stimola l’amicizia e la conversazione, e non lo si dovrebbe mai consumare da soli”. Nella tradizione napoletana, questa vocazione trova una delle sue massime espressioni.
Dopo un periodo di relativo declino, il caffè sospeso ha conosciuto una nuova diffusione a partire dal 2008, non a caso in coincidenza con l’inizio della crisi economica internazionale. In quegli anni, è tornato a farsi strada come forma di solidarietà semplice, accessibile e quotidiana.
Nel 2010, a Napoli nasceva la Rete del Caffè Sospeso, per riunire festival, rassegne e associazioni culturali in mutuo soccorso. L’idea era quella di applicare lo spirito del caffè sospeso alla cultura. L’anno successivo, la Rete istituiva anche la Giornata del Caffè Sospeso, il 10 dicembre, in concomitanza con la Giornata internazionale dei diritti umani.
A sottolineare che un gesto così semplice come quello di offrire un caffè a uno sconosciuto ha molto a che fare con il riconoscimento della dignità e dell’umanità dell’altro.
È solo l’inizio di una diffusione globale del rito, che da quel momento comincia a viaggiare assumendo una molteplicità di forme. Nel 2014 il New York Times gli dedica un articolo, contribuendo a consolidarne la fama.
È così che il suspended coffee viene adottato negli Stati Uniti, ma anche in Australia, in Inghilterra e in Canada, mentre il café pendiente diventa pratica solidale diffusa nei bar di quartiere di Buenos Aires, spesso parallelamente alle empanadas pendientes, e in quelli di Madrid e Barcellona, conquistando un paese dopo l’altro.
Parallelamente, l’idea del “sospeso” si estende al pane e alla pizza, si traduce nella spesa sospesa nei supermercati durante il periodo della pandemia, prende forma nei libri sospesi e nei biglietti per cinema e teatro, adattandosi di volta in volta ai bisogni e ai contesti locali. Intanto, con i muri della gentilezza e le sciarpe appese agli alberi nei mesi invernali, la sua logica esce dai bar per occupare lo spazio urbano.
Nel corso dei suoi viaggi, il concetto di caffè sospeso incontra anche quello anglosassone di “pay it forward”: una catena di generosità in cui chi riceve un gesto positivo, invece di ricambiare direttamente chi lo ha fatto, sceglie di fare a sua volta qualcosa di buono per qualcun altro. In altre parole, il beneficio non torna indietro, ma prosegue in avanti, passando di mano in mano.
Questo principio si intreccia naturalmente con quello alla base del caffè sospeso: non un atto di beneficenza, ma un invito a partecipare a una catena di cura reciproca, in un’idea positiva e forte di comunità.
Ed è così che un semplice gesto arriva a ispirare un vero e proprio modello relazionale, e persino una visione economica. La definisce L’economia sospesa Giandonato Salvia nel suo libro (Edizioni San Paolo, 2018). Insieme al fratello Pierluca, il giovane economista pugliese ha fondato TUCUM, un progetto che trae spunto dalla tradizione napoletana per realizzare concretamente una pratica di economia sospesa attraverso una app per microdonazioni. Chi vuole dona una piccola somma tramite app, che diventa credito digitale assegnato a persone in difficoltà e spendibile nei negozi convenzionati. L’iniziativa gli è valsa, nel 2021, il titolo di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Mattarella.
Quanta strada per una tazzina di caffè.