Tra le botteghe sotto i portici di Piazza San Marco, la tazzina è diventato un rito collettivo e un simbolo dell'identità cittadina. Storia del rapporto tra il caffè e la città che l’ha fatto conoscere all’Europa.
Nella bella stagione, ogni pomeriggio, sotto i portici delle Procuratie che circondano Piazza San Marco, tre orchestrine si contendono lo stesso pubblico. Ai tavolini, tra le note di un valzer e il tintinnio delle tazzine, sfilano turisti in cerca di una pausa e veneziani affezionati a quell’angolo di città da una vita intera. Da tre secoli, la piazza che una frase spesso attribuita a Napoleone definì "il salotto d'Europa" vive anche grazie ai locali storici che la abitano.
Il caffè, qui, non è mai stato solo una bevanda, ma un pretesto per incontrarsi, un palcoscenico politico, un salotto letterario, un'architettura da preservare gelosamente nei secoli.
Quando il caffè arrivò a Venezia
Grazie ai suoi intensi rapporti commerciali con l'impero ottomano, Venezia fu una delle principali porte d'ingresso del caffè in Europa. Le prime testimonianze risalgono alla fine del Cinquecento, nelle relazioni degli ambasciatori della Serenissima a Costantinopoli, che descrivevano l'uso della bevanda presso la corte ottomana; è alla fine del Seicento che si registra invece la prima vera e propria "bottega da caffè" aperta in Piazza San Marco. Da lì il fenomeno esplose nel corso del Settecento, quando le botteghe si moltiplicarono fino a superare, secondo alcune stime, il numero di duecento in città.
Erano luoghi nuovi per la società dell'epoca: a differenza delle osterie, erano incentrati sulla degustazione del caffè e sulla conversazione, e alcuni consentivano alle donne di sedere ai propri tavolini, una presenza allora relativamente insolita negli spazi pubblici.
Non stupisce che il veneziano Carlo Goldoni abbia dedicato a uno di questi luoghi un'intera commedia, nel 1750: un vivido ritratto della società dell’epoca fatto di pettegolezzi, affari, inganni e relazioni che si intrecciano attorno alla “Bottega del caffè” di Ridolfo, restituendo meglio di molti trattati storici il ruolo sociale già allora conquistato dalla bevanda.
Il Caffè Lavena
Ai piedi della Torre dell'Orologio e a pochi passi dalla Basilica, anche oggi si trova uno dei grandi caffè storici di piazza San Marco: il Lavena, attivo fin dal 1750. Il locale cambiò più volte nome nel corso del Settecento e dell'Ottocento - fu prima "Regina d'Ungheria", poi "Orso Coronato", per via dell'insegna che raffigurava un orso rampante con la corona - ed era conosciuto tra i veneziani come il "Caffè dei Foresti": un punto di riferimento per la clientela internazionale, tanto che alle sue porte stazionavano i codega, i servitori che di sera, lanterna alla mano, accompagnavano gli stranieri attraverso il buio dedalo delle calli.
Fu però Carlo Lavena, che ne rilevò la gestione nel 1860, a dargli il nome con cui è conosciuto ancora oggi. Uomo colto e di raffinata simpatia, Lavena seppe attirare un circolo di artisti e musicisti, conservando al contempo l'architettura e gli arredi settecenteschi: gli specchi originali, il lampadario in vetro di Murano firmato dai maestri vetrai Barovier e Toso. Tra gli abituali frequentatori di quegli anni figurava Richard Wagner, che secondo le cronache si recava al Lavena quasi ogni pomeriggio, tra le cinque e le sei, per conversare con il proprietario: proprio in quelle sale, secondo la tradizione del locale, avrebbe lavorato ad alcune pagine del Parsifal e del duetto di Tristano e Isotta, portandovi spesso la moglie Cosima e il suocero, il compositore Franz Liszt. Nel secolo successivo, tra i suoi tavoli sedettero anche Alberto Moravia e Guido Piovene.
Oggi il Lavena, membro dell'associazione Locali Storici d'Italia, conserva intatta l'atmosfera settecentesca che lo ha reso celebre: un luogo dove il caffè illy si consuma, come allora, guardando i mosaici dorati della Basilica riflessi nella vetrina.
Scopri ancora più da vicino il fascino senza tempo del Caffè Lavena: segui il racconto di Chiara Maci nel suo viaggio “Ne parliamo davanti a un caffè?”. Vai al video.
Il Florian, la bottega che diventò leggenda
Tra tutte le botteghe nate negli stessi anni, un’altra avrebbe attraversato i secoli fino a oggi senza mai interrompere l'attività: il Caffè Florian, aperto il 29 dicembre 1720 sotto le Procuratie Nuove con il nome "Alla Venezia Trionfante", ribattezzato ben presto dai veneziani con il nome del suo fondatore, Floriano Francesconi.
Giacomo Casanova ne fu assiduo frequentatore. Tra l’Ottocento e i primi del Novecento, tra le sue sale passarono Lord Byron, Charles Dickens e Gabriele D'Annunzio; al Florian venne inoltre distribuita la Gazzetta Veneta, uno dei periodici più influenti della Venezia illuminista. Durante l'occupazione austriaca della città, tra il 1815 e il 1866, ospitò le riunioni dei patrioti veneziani che nel 1848 avrebbero dato vita alla breve Repubblica di San Marco e nel corso dell'insurrezione si trasformò persino in un ospedale di fortuna per i feriti.
Quadri, lo specchio di fronte
Sull'altro lato della piazza, sotto le Procuratie Vecchie, si affaccia il Caffè Quadri, aperto nel 1775 e in una sorta di rivalità speculare con il Florian. Durante l'Ottocento fu il salotto preferito degli ufficiali e dei funzionari austriaci di stanza in città: due locali uno di fronte all'altro, separati da pochi metri di lastricato e da un'intera visione politica.
Il caffè come cuore della città
Lavena, Florian, Quadri: tre botteghe diverse per storia e carattere, ma accomunate dalla stessa funzione. Nella Venezia dei secoli passati come in quella di oggi, la Piazza San Marco dei caffè è stata, ed è ancora, un teatro a cielo aperto in cui la città intera - veneziani, viaggiatori, artisti, politici - ha messo in scena sé stessa. Ogni tazzina bevuta sotto quei portici porta con sé almeno trecento anni di conversazioni, cultura e incontri: lo spirito di una piazza che il mondo continua a considerare uno dei salotti più belli d'Europa.
FAQ
Per i suoi intensi rapporti commerciali con l'impero ottomano, che permisero alla città di importare il caffè tra le prime piazze europee. Le prime botteghe comparvero in città già alla fine del Seicento.
Perché tra Settecento e Ottocento divennero spazi di incontro, conversazione e scambio di idee, frequentati da mercanti, artisti, letterati e viaggiatori. Attorno ai loro tavolini si leggevano giornali, si discuteva di politica e si costruivano relazioni che contribuivano alla vita culturale della città.
Perché il compositore tedesco fu un cliente abituale del locale a fine Ottocento, tanto da lavorare, secondo le testimonianze storiche, ad alcune pagine del Parsifal proprio tra i suoi tavoli.
È una commedia scritta da Carlo Goldoni nel 1750, un ritratto della vita sociale che ruotava, già allora, attorno al rito della tazzina.